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Wilbur Smith: infanzia

Infanzia

Sono nato il 9 gennaio 1933 nella Rhodesia del Nord, l’attuale Zambia, in Africa centrale.

A diciotto mesi, colpito dalla malaria cerebrale, delirai per dieci giorni. I medici dissero ai miei genitori che era meglio augurarsi che io morissi perché, se anche fossi sopravvissuto, avrei subito danni irreversibili al cervello. Nonostante le strutture mediche primitive dell’Africa di quei tempi, la loro prognosi  si è dimostrata corretta: sono sopravvissuto e ora sono un po’ matto. Il che è un bene: bisogna avere un pizzico di follia per procacciarsi il pane scrivendo romanzi.

Ho trascorso i primi anni della mia vita nel ranch di mio padre. Per parco giochi avevo 12.000 ettari (o se preferite 25.000 acri) di foresta, colline e savana. I miei compagni di giochi erano i figli di quelli che lavoravano al ranch, ragazzini neri con interessi e preoccupazioni identici ai miei. Primo fra tutti: evitare la disciplina e l’interferenza irragionevole degli adulti. Armati di fionda e accompagnati da un branco di cani bastardini vagavamo nella boscaglia, andando a caccia di uccelli e piccoli mammiferi. Poi li cucinavamo su falò improvvisati e li divoravamo con immenso gusto. Tornavo a casa la sera all’ora che mi andava, con le ginocchia nude graffiate e sanguinanti per le spine uncinate dei roveti, puzzando di legna bruciata e di sudore asciugato sulla pelle, martoriato dalle zecche che proliferavano tra gli arbusti.

Mi era concesso, di tanto in tanto, di viaggiare sul retro del camioncino di mio padre mentre badava agli affari di un allevatore di bestiame. Col tempo, dopo che lui mi aveva insegnato a non parlare troppo e a non essere “una rottura infinita”, mi è stato permesso di cavalcare con i pastori e di accompagnare il bestiame al bagno o alla marchiatura. Visto che diventavo sempre più utile, mi è stato gradualmente permesso di  trascorrere più tempo con lui.

Il mio vecchio era severo, un padre Vittoriano DOC. Se lo riteneva necessario, non esitava a sfilarsi la cintura e a darmi un assaggio della fibbia. Non mi lamentavo. Di solito me le meritavo, e un paio di sculacciate assestate sulle chiappe magre costituivano un piccolo prezzo da pagare per stare vicino a lui. Per me era Dio in terra. Lo adoravo.

Quando compii otto anni mi regalò un fucile a ripetitore Remington, calibro 22. Era appartenuto a mio nonno prima di lui, e aveva 122 tacche sul calcio. Mi insegnò poi a sparare in modo sicuro e a rispettare il codice d’onore del cacciatore. Presto sul calcio non c’era più spazio per le mie tacche.  È stato l’inizio della mia storia d’amore con le armi da fuoco, che dura da una vita.

Il precedente proprietario del fucile, mio nonno, aveva un magnifico paio di baffi macchiati solo leggermente dal tabacco. Poteva centrare la sputacchiera a cinque passi di distanza senza sbagliare mai la mira. Era così bravo a raccontare storie da far schizzare fuori dalle orbite gli occhi di un bambino di otto anni per la meraviglia. In gioventù era stato un potente Nimrod e un guerriero. Aveva comandato una squadra di pistoleri Maxim durante le guerre Zulu. Il suo nome era Courteney James Smith. Più tardi, presi a prestito il suo nome, Courteney, per l’eroe del mio primo romanzo, “Il destino del leone”.

Se il mio vecchio era Dio, mia madre era un angelo caduto del cielo. Mi proteggeva dalla rabbia di mio padre, fino a quando non si calmava. Mi ha insegnato ad amare tutta la natura. Mi ha aperto gli occhi alla bellezza selvaggia del mondo intorno a me. Era un’artista, e fino almeno all’età di 93 anni, ha dipinto ad acquerello alberi e animali.

Amava i libri sopra a ogni cosa. Prima che potessi leggere da solo mi ha insegnato a riverire i libri e la parola scritta. Ogni sera mi leggeva storie della buona notte, e queste sessioni divennero i momenti più belli delle mie lunghe, emozionanti giornate al ranch.

Grazie a lei sono diventato un lettore molto precoce. Ho iniziato con libri per ragazzi (‘Biggles’ e ‘Just William’). Ben presto sono passato ai romanzi di Cecil Scott Forester, Ryder Haggard e John Buchan. Da quel momento, ho sempre avuto un libro rilegato in tasca.

Secondo mio padre, la mia ossessione per i libri era innaturale e malsana. Ero costretto a leggere di nascosto. Trascorrevo così tanto tempo chiuso nella latrina, dove tenevo in segreto una pila dei miei libri preferiti, che mio padre intimò a mia mamma di somministrarmi dosi regolari e abbondanti di olio di ricino.


Wilbur Smith: scuola

Gli anni di scuola

COME QUESTA IDILLIACA ESISTENZA BRUTALMENTE FINÌ

Ecco come la vita meravigliosa che conducevo allora ebbe una fine improvvisa. Uno dei miei compagni venne mandato in collegio. Avevo solo un vaga idea di quello che volesse dire, ma sembrava una cosa molto eccitante. Suggerii quindi ai miei genitori che sarei dovuto andare in collegio anch’io. Mia madre scoppiò in lacrime di fronte alla prospettiva di perdere il suo bambino. Mio padre stabilì invece che l’esperienza mi avrebbe reso un uomo, e così, finii nel collegio Cordwalles, a Natal, Sud Africa.

Tutto ciò aveva comportato un viaggio in treno di tre giorni attraverso gran parte del Paese. Apprezzai immensamente la novità, nella prima settimana o giù di lì. Molto presto il cibo, le docce fredde, la disciplina e le funzioni religiose interminabili cominciarono a fiaccare il mio entusiasmo. Poi ricevetti la mia prima fustigazione: tre colpi su tutta la schiena con una canna sottile, per il crimine efferato di aver parlato dopo che erano state spente le luci nel dormitorio. Mio padre non sarebbe mai stato così ingiusto.

Chiesi udienza al direttore e gli dissi che, se a lui non dispiaceva, avevo pensato che sarebbe stata una buona idea tornare a casa al ranch. Purtroppo, gli dispiaceva, e non pensava affatto che la mia fosse una buona idea. Così ho scontato tutta la sentenza, otto anni di duro, triste lavoro. Se non avevi alcun interesse nell’afferrare o calciare palloni, e se odiavi il latino e la matematica, eri considerato un fannullone. Non era affatto bello essere considerato tale. Ti rendevano un paria. Ma che andassero pure tutti all’inferno. Avevo il mio antidoto: avevo i miei libri.

La biblioteca della scuola aveva un settore speciale, nella galleria al piano superiore, dedicato alla narrativa. Ci saranno stati oltre un migliaio di titoli. Ho iniziato ad un’estremità, avanzando rapidamente fino alla parte opposta della libreria. Il mio insegnante d’inglese era un signore di nome Mr Forbes, non era il suo vero nome. Ripensandoci ora, credo fosse gay. Aveva un registro in cui ogni settimana ci veniva richiesto di elencare tutti i libri che avevamo letto. La media della classe era zero, o uno a testa. In una settimana io arrivavo a sei o sette.

Questa mia attività, insieme al fatto che ero un bel bambino, catturò l’attenzione del sig Forbes. Diventai  il suo protetto. Discuteva come me dei libri che leggevo durante la settimana. Mi faceva sentire che essere un topo di biblioteca era lodevole, e non qualcosa di cui vergognarsi profondamente. Mi diceva che i miei scritti avevano grandi potenzialità, e discutevamo su come ottenere effetti drammatici, sviluppare al meglio i personaggi e far procedere la storia. Mi indicava gli autori che mi sarebbero piaciuti e i libri che avrei dovuto leggere. Mi chiamava persino “Wilbur” piuttosto che “Smith”, come se fossi davvero un membro della razza umana.

A fine anno, mi candidò per il premio al miglior elaborato in lingua inglese. Vinsi così il mio primo riconoscimento letterario. Il libro che ricevetti in premio lo aveva scelto il sig Forbes in persona. Ce l’ho ancora; ‘Introduzione alla letteratura inglese moderna’ di W. Somerset Maugham. Fu anche la prima volta che mi frullò in testa l’idea che forse, un giorno, avrei potuto far parte del pantheon degli scrittori, e vivere nell’Olimpo in mezzo a loro. Poi, all’inizio del nuovo semestre fui sconvolto dalla notizia che il signor Forbes aveva lasciato il personale della scuola, in fretta e inaspettatamente. Non seppi mai il motivo, solo ora posso azzardare qualche ipotesi.

Andai alla scuola superiore, Michaelhouse, ossia Accademia  di St. Michael per giovani gentiluomini. Era un nome improprio: non c’era un solo gentiluomo tra noi. Era tutto molto simile a prima, tranne che era molto peggio. Il cibo era pessimo e le botte più pesanti e più frequenti. C’era la stessa ossessione per gli sport di squadra e le materie scientifiche. Il college era situato ai piedi dei monti Drakensberg, gli inverni erano artici.

Il mio professore di inglese era anche il professore di scienze, e il suo cuore era totalmente rapito da  quest’ultimo ruolo. Non ebbe l’intelligenza di riconoscere del genio letterario quando se lo trovò sotto il naso. Non c’erano più premi di composizione letteraria per me. L’unica esperienza degna di nota è stata quella di aver avviato un giornale della scuola per il quale scrivevo l’intero contenuto, fatta eccezione per le pagine sportive. La mia colonna satirica settimanale era diventata abbastanza famosa, e circolava anche al  Wykham Collegiate e a St Annes, le due scuole femminili famose per ospitare le più belle ragazze che esistessero nel raggio di centinaia di miglia.

Alla fine dell’anno, assegnarono il premio “alla Carriera” al ragazzo che azionava la macchina Roneo per stampare il giornale. Il preside mi fece chiamare e mi spiegò che avevano scelto lui come simbolo di tutto il personale del giornale, ovvero me, e inutile dire poi che quel ragazzo era stato capitano della squadra durante il Second Eleven, il più importante campionato di cricket…


Wilbur Smith: universita

La vita universitaria

DOPO QUATTRO ANNI DI DURA MISERIA , ECCOMI ALLA RHODES UNIVERSITY, A GRAHAMSTOWN, SUD AFRICA

Si aprono per me le porte del paradiso, perché qui ci sono ragazze che non indossano castigate uniformi da palestra e non raggiungono a piedi la chiesa in formazione anti-coccodrillo. Fino a quel momento non avevo mai immaginato quanto calde e morbide fossero queste splendide creature, o come fosse dolce il loro profumo.

Da quel momento in poi, non pensai a nient’altro che a loro. Persino i libri giacevano dimenticati nella febbrile eccitazione di questa nuova scoperta. Nelle lunghe vacanze durante l’Università lavorai nelle miniere d’oro, sulle navi merci e sulle baleniere. Misi così da parte abbastanza soldi per comprare una Ford T e finanziare le mie sperimentazioni amorose. Tenendo conto di tutte queste attività extra curriculari, mi stupisce ancora che io abbia ottenuto un diploma di laurea.

Uscii anche dalla mia torre d’avorio e piombai nel mondo reale. Capii che non potevo sfruttare mio padre a tempo indeterminato, e che da me ci si aspettava che trovassi prima o poi una qualche forma di occupazione. Decisi allora che sarebbe stato saggio fare quello che mi riusciva meglio. Andai da mio padre e gli annunciai che sarei diventato giornalista, o, se non fossi riuscito nell’intento, cacciatore professionista. Mio padre inorridì.

«Non essere idiota,» mi disse «Morirai di fame. Vai e trovati un lavoro vero.» Finii per fare il commercialista, e poco dopo il marito e il padre di due figli. Avevo ventiquattro anni quando questo matrimonio mal concepito andò all’aria. Il pagamento degli alimenti per il mantenimento dei figli mi aveva lasciato senza un soldo. Il mio lavoro nel reparto delle imposte mi stava spegnendo e le serate erano lunghe e solitarie. Mi volsi ancora una volta al mio primo amore…  i romanzi. Ma a quel punto avevo deciso che ne avrei scritto uno invece di leggerlo soltanto. Avevo una fonte immediata di carta a portata di mano,  sull’intestazione c’era scritto Ufficio delle Entrate di Sua Maestà La Regina.

Con mio grande stupore, trovai molto rapidamente qualcuno disposto a pagare in contanti i miei sforzi creativi. Vendetti il mio primo racconto alla rivista Argosy per settanta sterline, che era due volte il mio stipendio mensile. Dopo una serie di altri colpi andati a tiro, ero pronto a prendere il largo. Scrissi un romanzo intitolato The Gods First Make Mad (Prima di distruggerti, gli dei ti rendono folle), un titolo atroce per un libro ancora più atroce. Scelsi una società di agenti letterari dall’Almanacco annuale degli Scrittori. Dopo aver loro inviato il mio capolavoro, raccolsero in mia vece una mole impressionante di lettere di rifiuto dai più importanti editori di tutto il mondo. Come il mio matrimonio, la mia carriera di autore best-seller si era schiantata al decollo. Tornai all’invio di accertamenti fiscali. Ben presto però quella sorta di prurito che può essere sedato solo con una penna in mano mi attaccò di nuovo.


Wilbur Smith: belli

I giorni più belli

MI METTO A SCRIVERE LA STORIA DI UN RAGAZZO DI NOME SEAN COURTENEY, CRESCIUTO IN UN RANCH IN AFRICA

Cominciai a scrivere di mio padre e della mia adorata mamma, intervallandoli a brani sulla storia africana. Scrissi di gente bianca e di gente nera. Scrissi di spedizioni di caccia e di miniere d’oro, di bordelli e di donne. Scrissi d’amore e di odio. In breve, descrissi tutte le cose che conoscevo bene e avevo amato di più. Eliminai tutti i pensieri immaturi, la politica radicale e gli atteggiamenti ribelli che erano stati la spina dorsale del primo romanzo. Riuscii persino a inventarmi un buon titolo, Il destino del leone.

Inviai il manoscritto alla mia agente, a Londra, Ursula Winant. Seppi poi che aveva telefonato all’amministratore delegato di un’ottima casa editrice, la William Heinemann. Il suo nome era Charles Pick e lei lo interpellò in questo modo:

«Charles, ho un libro che vi farò solo leggere a tre condizioni. In primo luogo, dovete dare allo scrittore un anticipo di mille sterline.»
Al tempo si trattava di una somma inaudita per un primo romanzo.

«In secondo luogo, la prima tiratura deve essere di quattromila copie.»
Era una quantità rispettabile per un autore già conosciuto.

«Infine, devi dargli una royalty del 7,5% sulle vendite successive.»

Charles rispose solo «Mandami il manoscritto, e poi ne parliamo.»

Lesse il romanzo nel fine settimana e telefonò a casa della mia agente la domenica sera:

«Ursula, non posso accettare nessuna delle tue condizioni. Innanzitutto, l’anticipo non sarebbe di mille ma lo alzerei a duemila sterline. Secondo, intenderei partire con una prima tiratura di diecimila copie. Infine, pagherei royalties del 10%.»

Due giorni dopo, il postino pedalava sul vialetto della casa che condividevo nello squallore con altri quattro scapoli. Firmai il ritiro del telegramma. Lo aprii e la mia vita cambiò per sempre.

Una settimana dopo il postino pedalava verso casa mia con un altro telegramma. Il Readers Digest aveva selezionato il mio romanzo per farne uno dei loro celebri Condensed Books. Lasciai di mancia al postino un’intera sterlina.

Nelle settimane successive il postino venne a trovarmi con regolarità. Portò la buona notizia della vendita dei  diritti cinematografici a Hollywood, di una selezione per un club del libro, di pubblicazione da parte della Viking Press a New York per una somma allucinante, di nuovi editori in Germania e in Francia, di un tascabile venduto a Pan Books in Inghilterra. Diventammo amici rapidamente, io e il postino. Urlava da fuori, “Un altro, Bwana!”. Quando gli aprivo, aveva già la mano aperta, pronta per la mancia.

Non avevo mai preso ferie dal lavoro per tre anni. Non ero mai stato in grado di permettermi il lusso di una vacanza. Mi congedai e incassai tutto in una volta, abbastanza per vivere di rendita i cinque anni seguenti. Lasciai la contabilità per sempre. Ero così pieno di soldi e di buoni propositi che riprovai a sposarmi, con lo stesso risultato… nacque un bambino poco dopo il divorzio.


Wilbur Smith: frenetici

I giorni più frenetici

VOLO A LONDRA PER INCONTRARE IL MIO EDITORE, CHARLES PICK

Charles mi invitò a trascorrere il fine settimana nella sua casa di Lindfield, a South Downs, vicino a Brighton. Parlammo ininterrottamente dalla mattina alla sera. Era il decano degli editori britannici. Nessuno al mondo ne sapeva più di lui sui libri e sugli autori. Senza riserve, elargiva la sua conoscenza e pillole di  saggezza.

Mentre camminavamo sulle colline mi disse: «Hai scritto un solo libro. Un buon primo passo, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Ci vogliono dieci anni perché un autore possa dirsi affermato. Di anno in anno esamineremo insieme i tuoi progressi.» Cinque anni e cinque libri dopo, nello stesso punto dove ci trovavamo quel giorno, tornò sull’argomento:

«Siamo in anticipo di cinque anni rispetto a quello che ti avevo detto, ma d’ora in poi puoi definirti uno scrittore.»

E aggiunse: «Mi raccomando, scrivi solo di quello che conosci bene.»
Da allora, ho scritto solo dell’Africa.

E ancora: «Non scrivere per gli editori o per un lettore immaginario. Scrivi solo per te stesso.» Questo lo avevo imparato già da solo. Charles si limitava a confermarmelo.

Ancora oggi, quando mi siedo a scrivere la prima pagina di un romanzo, nemmeno per un attimo penso a chi finirà per leggerlo.

Mi disse anche: «Non parlare dei tuoi libri con nessuno, nemmeno con me, fino a che non li hai scritti.» Fino a quando non è nero su bianco, un libro è aria fritta. E può essere spazzato via da una parola imprudente. Scrivo da allora i miei libri, mentre tanti aspiranti scrittori, dei loro, si limitano solo a parlarne.

Mi diede altri ottimi consigli: «Dedicati alla tua vocazione, ma leggi tanto e osserva il mondo intorno a te, viaggia e vivi la vita pienamente, facendo così avrai sempre qualcosa di nuovo da scrivere.” Era un consiglio che ho preso molto a cuore. È diventato parte della mia filosofia personale. Quando è il momento di mettersi in gioco, io lo faccio sul serio. Viaggio, vado a caccia, faccio immersioni e scalo montagne cercando di seguire l’insegnamento di Rudyard Kipling; «Occupare ogni minuto inesorabile dando valore a ogni istante che passa». Quando è il momento di scrivere, scrivo con tutto il mio cuore e tutta la mia mente.

Quando per Charles fu il momento di andare in pensione, Ursula Winant morì. Lo convinsi a diventare il mio agente letterario. Non credo avrei potuto prendere decisione migliore. Gli anni ci hanno avvicinato sempre di più. La nostra amicizia è uno dei grandi punti di riferimento nella mia vita. Quando morì, nel 1999, lasciò un enorme vuoto che sembrava impossibile da colmare. Ancora una volta si è manifestata ‘la fortuna sfacciata di Wilbur’, e lo stesso figlio di Charles, Martin, si è fatto avanti per prendere il posto del padre. La mia collaborazione con la Charles Pick Consultancy Ltd. e la famiglia Pick continuerà fino alla fine dei giorni.

Dopo le mie due catastrofi matrimoniali, avevo giurato di non sposarmi più. Mio padre era solito dire: «Perché comprare una fattoria di fagioli, se puoi mangiarli gratis?» Ho mangiato un sacco di fagioli senza pagare il conto. Fino a che non mi venne la nausea. Ero stufo di dormire in letti diversi e di svegliarmi con una testa sconosciuta sul cuscino accanto al mio. Cominciavo a desiderare una compagna con la quale condividere tutta la mia felicità e il successo. Era l’unica cosa che mi mancava per rendere completa la mia esistenza.

A questo punto “la Fortuna sfacciata di Wilbur” colpì ancora. Incontrai una giovane divorziata, si chiamava  Danielle Thomas. Era nata nella mia città natale e addirittura nella stesso ospedale. Era bella e intelligente. Aveva letto tutti i miei libri, e pensava fossero meravigliosi. Conoscendomi, quello che è successo dopo era inevitabile. Ci siamo sposati nel 1971, e siamo stati insieme per 28 anni. È stato un bel matrimonio. Eravamo un’ottima squadra. “La fortuna sfacciata di Wilbur” non venne mai meno. Scrivevo romanzo dopo romanzo, soddisfatto di tutto. Ogni libro superava il successo del precedente.


Wilbur Smith: brutti

I momenti brutti

POI IL DESTINO MANDÒ IL CONTO, E FU UN INFERNO

Arrivò la malattia. Nel 1993 Danielle ebbe un attacco epilettico. La trasportammo in ospedale, ma la diagnosi fu tumore maligno al cervello, il Babau. Si trattava del classico dilemma ‘operare o morire ‘.

«Chi è il miglior neurochirurgo al mondo?», chiesi.

«Il Professor Mitch Berger, responsabile dell’unità di Neurochirurgia dell’Ospedale dell’Università di Denver» mi risposero. Contattai Mitch. Era sul punto di partire per due settimane di ferie. Annullò la vacanza con la famiglia, mise in valigia i suoi strumenti, e salì a bordo del primo aereo che da Denver, Colorado, arrivava a Città del Capo, Sud Africa.

Aveva Danielle davanti a sé sul tavolo operatorio il giorno dopo il suo arrivo. Ci sono volute sette ore, ma riuscì a rimuovere un tumore delle dimensioni di un uovo d’oca dal centro del cervello. Rimase altri due giorni per assicurarsi che lei stesse recuperando bene. Lo accompagnai poi in aeroporto. Durante il tragitto gli chiesi: «Quanto ti devo, Mitch?»

Ma lui rispose: «Sono pagato dall’ospedale della Denver University. Non sono venuto qui per soldi. Sono venuto per cercare di salvare la vita di Danielle.»

Solo più tardi riuscii a convincere quel sant’uomo a portare la moglie e i due figli in Africa per un safari, come mio ospite.

Tuttavia, nonostante l’abilità e la dedizione di Mitch, l’incubo era iniziato. Danielle era andata sotto i ferri come una donna robusta, equilibrata, intelligente e amorevole. È uscita dalla sala operatoria che era una bambina spaventata e confusa.

Mitch aveva dovuto lasciare intatto un piccolo pezzo di tumore. Qualsiasi tentativo di rimuoverlo avrebbe reso Danielle cieca e muta. Dovette perciò sottoporsi alla chemio. Perse tutti i capelli.

Per lenire le ferite terribili al cervello, e prevenire le crisi epilettiche che sicuramente sarebbero seguite, doveva anche assumere un farmaco potentissimo. Tre volte al giorno. Uno degli effetti collaterali era il massiccio aumento di peso. Diventò obesa. Io le dicevo: “Ora che sei così tanta, posso amarti ancora di più.”

Ogni tre mesi il suo cervello doveva essere sottoposto alla tac per rilevare eventuali alterazioni. Queste tac diventarono il perno attorno al quale ruotava la nostra vita.

Alla fine il cancro vince sempre. Il residuo del tumore si era attivato. Volai con lei negli Stati Uniti. Mitch operò di nuovo, ma era l’inizio della fine. Le condizioni di lei cominciarono a diventare critiche a vista d’occhio.

All’inizio del 1999 entrò in coma. Quando morì nel dicembre dello stesso anno ero seduto al suo capezzale e le tenevo la mano. Nella morte sembrava una bambina che dormiva, del tutto serena e tranquilla. Avevo elaborato il lutto nel corso degli ultimi sei anni. La sua morte mi aveva lasciato insensibile e vuoto.


Wilbur Smith: perfetti

Gli anni perfetti

POI LA SFACCIATA FORTUNA DI WILBUR È TORNATA A SPLENDERE

Accadde poi qualcosa che riuscì a riempire il vuoto e a riportarmi di nuovo alla vita. In una libreria di Londra ho incontrato una bella ragazza tagika. Il Tagikistan, la sua terra d’origine, è in Asia e confina con l’Afghanistan. Si chiama Mokhiniso Rakhimova. Si è laureata in legge all’Università di Mosca. Per me lei è tutto; bella, intelligente, impegnata, amorevole e fedele. È più giovane di me di 39 anni. L’ho sposata nel maggio 2000. Mi ha riportato in vita. Mi ha insegnato ad amare di nuovo.

Ora, con Mokhiniso accanto a me, guardo all’indomani con entusiasmo. Ha bandito la solitudine. È l’amante e la compagna perfetta. Mi ha fatto sentire giovane e vitale come un tempo. Da quando l’ho incontrata ho scritto quattro dei miei migliori romanzi. La dedica de Il Trionfo del Sole recita:

«Questo libro è per la mia compagna, assistente, anima gemella, moglie e migliore amica, Mokhiniso Rakhimova Smith.»

Il che dice tutto.

In questi giorni sto attento alla dieta. Ho smesso di fumare quarantacinque anni fa, e non ho più toccato da allora una foglia di tabacco. Faccio esercizio fisico, bevo moderatamente e mi sottopongo a controlli medici con regolarità. Sto bene. Mi sto divertendo troppo per pensare alla morte. Mi sento in forma, felice, ottimista e innamorato. Ho ancora un sacco di libri in testa, che chiedono a gran voce di essere scritti.